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NUOVI ORIZZONTI DEL PAESAGGIO

librocillo1NUOVI ORIZZONTI DEL PAESAGGIO

a cura di Biagio Cillo

Alinea Firenze 2009

Biagio Cillo ha curato questo volume avvalendosi dei contributi di  Claudia Casatella, Silvia Mantovani, Tessa Matteini e Barbara Pizzo.

            Dopo una gradevole dissertazione sul paesaggio nella pubblicità, Cillo affronta il discorso sul rapporto tra identità sociale e la sua ricaduta nell'identità paesaggistica. L’autore focalizza tre diverse forme di identità: legittimante, resistenziale e progettuale. Ovviamente i paesaggisti apprezzeranno l'attenzione all'identità progettuale, che può guidare ad un'identità del paesaggio più aperta, dove le specificità locali non saranno vissute in chiave difensiva, perché sempre perdenti!

             Rigorosa è la disamina dei 3 documenti  principali che hanno permeato la cultura paesaggistica, di recente, nel nostro paese: la Convenzione Europea sul Paesaggio 2000, il Codice Urbani 2004 e Codice Rutelli 2008 (con scansione quadriennale) che a mano a mano hanno svuotato di pregnanza il ruolo delle popolazioni locali.

            Affascina molto il piglio spregiudicato del saggio della Casatella. La giovane ricercatrice torinese sostiene con grande chiarezza l’impossibilità di conservare i paesaggi, anche i più pregevoli, che si vogliono conservare ad ogni costo, e sui quali spesso si investono ingenti risorse: e scrive - senza infingimenti – che in fondo si paga la nostalgia, si opera una scissione tra identità ed immagine, c'è il rischio di cadere nella difesa del paesaggio in modo regressivo. Il nodo da sciogliere è chiaro: le rapide trasformazioni, ineludibili, preludono ad una riorganizzazione in altre forme, la velocità è tale che non abbiamo il tempo di metabolizzare queste trasformazioni ed abbiamo la sensazione di un caos permanente.

Poi ci sono i percettori, cioè i protagonisti secondo la Convenzione Europea.  Qui prende a prestito la tesi di un sociologo per classificare i fruitori del paesaggio tra insider ed outsider, cioè tra chi è radicato nel luogo e chi si limita a percepire il paesaggio. Esempio tipico: il contadino ed il turista. Sembra chiara la divisione ma poi aggiunge: ”Ma chi oggi è solo insider o solo outsider? Siamo tutti l'uno e l'altro!”

            Sul cambio di prospettiva si concentra il saggio di Silvia Mantovani, che  provoca un senso di spaesamento, poiché non aggancia  il suo ragionamento ai modelli tradizionali di interpretazione del paesaggio, ma basa il processo di piano tutto sul gioco. Inizialmente può sembrare un esercizio logico azzardato, ma questo approccio trova un padre nobile in Patrick Geddes.  Il grande paesaggista inglese in questo gioco cercava i valori condivisi cioè common sense.  Da questo senso comune parte la denuncia all'urbanistica razionalistica, antropocentrica, che nella sua razionalità ha spesso dimenticato non solo le esigenze dell'ambiente e del paesaggio ma anche quelle delle persone reali.

Tessa Matteini aggiunge un’ulteriore riflessione al tema a lei caro che è stato oggetto della sua tesi di dottorato e sul quale ha pubblicato il pregevole volume: PAESAGGI DEL TEMPO. ”I paesaggi storici, intesi come contenitori di memoria per le popolazioni e come palinsesti,  le trasformazioni tumultuose o pacifiche, intercorse a breve o a lungo termine.” E prende a prestito l'immagine suggerita da Valerio Romani del “paesaggio come film”,  dove è chiaro che quello attuale è solo un fotogramma. La ricerca del tempo come quarta dimensione del paesaggio fa di Tessa Matteini fra le studiose di Storia del Paesaggio più attente alle trasformazioni funzionali all’attività progettuale. Dunque di modifica del paesaggio coerente a quel palinsesto che è il paesaggio ereditato, quel fotogramma che vediamo oggi, ma che obbliga i nuovi fotogrammi a non avere salti; non una pellicola rotta, ma un continuum armonico. Interessante negli studi della Matteini scoprire l’alternanza tra fasi di iconoclastia e damnatio memoriae , e fasi di rispetto e conservazione attiva.

E partendo da questa tesi in questo breve saggio ripercorre con estrema sicurezza  questi momenti storici evocando alternativamente  artisti che hanno rispettato i segni del passato  - a cominciare da Raffaello, commissario per la difesa dei siti archeologici devastati, per finire a Bernard Lassus.

Certamente il saggio di Barbara Pizzo è quello che ha un taglio rigorosamente urbanistico; pur tuttavia gli obbiettivi che l’autrice si pone sono identici a quelli delle altre colleghe, infatti scrive: “il punto di vista che qui si sostiene è se davvero si vogliono raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile, ed un più soddisfacente “ambiente di vita”, “....per raggiungere questo scopo  bisogna instaurare  uno stretto rapporto  paesaggio – società. Cioè ripropone i principi della Convenzione Europea dove i protagonisti tornano ad essere gli abitanti decisori dei processi urbani, proponendo una “comunità riflessiva”.

Il saggio si chiude con una domanda alla quale l’autrice cerca di dare una risposta parafrasando Munford:  “Si può parlare ancora di cultura locale e in che termini?  Cosa significa questo avvicinamento ai luoghi attraverso la cultura per il paesaggio?”

Una conclusione aperta, che ci invita a riflettere! (Biagio Guccione)

 

 
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