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TASK FORCE PAESAGGIO | AIAPP_4FIRE

TASK FORCE PAESAGGIO

Una rubrica aperta ai vostri commenti il cui intento è quello di costruire, insieme a voi che leggete, ragionamenti, pensieri e strategie per affrontare i temi del paesaggio che si trova in emergenza.

Una task force che speriamo nel tempo diventi una voce corale con voi che ci leggete, nella quale le notizie potranno trasformarsi in atti di sensibilizzazione culturale e di azione diretta sul paesaggio.

Questo primo articolo è un iniziale ragionamento aperto ai vostri commenti, alle vostre personali risposte e soluzioni.

 


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Attentati al paesaggio: il fuoco

di Antonella Melone

Con l’estate si apre la stagione degli incendi.

Una vera e propria opera di devastazione iniziata quest’anno in Portogallo dove le fiamme hanno devastato 20.000 ettari di bosco, il 95% della Foresta di Pedrógão Grande a 160 chilometri a NordOvest di Lisbona, causando la morte di sessantaquattro persone, molte delle quali trovate carbonizzate nelle loro auto.

 

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fonte immagine: www.lastampa.it

 

E’ stata definita la “tragedia più grave negli ultimi 50 anni di lotta agli incendi”, anche di quella che nel 2003 ha devastato 152.000 ettari e ucciso ventuno persone.

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fonte immagine: www.ilpost.it

 

Inizialmente è stato escluso il dolo: l’ipotesi del fulmine “secco”, che si sviluppa anche in assenza di piogge copiose, sembrava la più probabile causa ma le ragioni vanno ricercate altrove.

E’ stato fatto tutto il possibile per arginare l’incendio che su quattro fronti si è propagato molto velocemente a causa delle alte temperature, di congiunture atmosferiche favorevoli legate all’altissima velocità e alla direzione dei venti e non ultimo alla composizione vegetazionale dei boschi a prevalenza di pini ed eucalipti che compongono quel che resta della Foresta Reale.

Le specie, i pini per primi, hanno contribuito in tempi passati ad una economia incentrata sulla produzione e commercializzazione del fasciame e della resina per armare e impalcare i grandi velieri con cui i portoghesi sono andati per secoli alla conquista del mondo. Successivamente sono stati introdotti gli eucalipti per la produzione di cellulosa e di essenze altamente redditizie, oltre che per la commercializzazione delle foglie giovani e rotonde che, per un dimorfismo tipico della specie, sono particolarmente apprezzate dal mercato floristico olandese.

É chiaro che attorno alla foresta girano enormi interessi economici.

Contrariamente alle prime battute mediatiche, la mano dell’uomo c’entra, eccome.

La magistratura ha aperto un’inchiesta nell’affannosa ricerca di incendiari e colpevoli.

 

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fonte immagine: www.ilpost.it

Questa è una natura modificata dall’uomo e le cause sono da imputare anche, e soprattutto, a mancate politiche di governo del territorio che si sono tradotte in assenza di norme applicate che, per esempio, vietano la piantagione di alberi fino a dieci metri dalle strade. Secondo alcuni specialisti di settore la tragedia poteva essere limitata; “il piano di difesa delle foreste approvato da tempo è rimasto sulla carta e da troppi anni parliamo di costruire barriere anti-incendio nelle prossimità di case e fabbriche”, ha detto Luciano Lourenço, del nucleo di ricerca sugli incendi dell’Università di Coimbra, al quotidiano Publico.

Il concorrere di fattori ha quindi trasformato il sistema della grande foresta in una trappola mortale.

Ricordo perfettamente il sentimento di essere in quella foresta nel 1995 e il profumo balsamico che questa specie straniera, l’eucalipto, emana nelle secche estati portoghesi. Non autoctona, è vero, ma non per questo meno affascinante.

Produttiva sì, e allora utile per l’uomo.

Tutto questo non c’è più, il paesaggio della grande foresta portoghese è per sempre modificato in altro, in una colata cinerea sulla quale non c’è vita, né il frinire di cicale, né i canti di uccelli, i fruscii di foglie; nulla, solo il silenzio della cenere spenta.

Anche l’Italia va a fuoco, come ogni anno, come ogni estate sempre più calda, rovente.

Il Sud brucia, secondo logiche e pratiche scellerate antiche.

E se all’ignoranza e al profitto aggiungiamo l’inefficienza degli strumenti per il controllo di questi fenomeni catastrofici, il cerchio del ragionamento si chiude inevitabilmente sull’impossibilità di dare soluzione.

Mancano progetti e piani di intervento di difesa dalle fiamme, per esempio, e se questi ci sono restano sulla carta e tutto viene affidato al coraggio e alla collaborazione in emergenza. Non basta.

Roberto Saviano ci ricorda come le mafie abbiano di fatto il controllo sul territorio in odore di cambi di destinazioni d’uso.

“L’operazione fuoco” di fatto blocca per 15 anni la possibilità di edificare, il processo si incarta su questa dinamica controversa in cui, alla fine, il controllo sulle concessioni edilizie sarà dei soliti pochi e interessati.

Altre fiamme lambiscono poi le discariche a perdita d’occhio; più bruci, più lo spazio delle discariche aumenta e il problema dei rifiuti si riduce. Apparentemente e in superficie.

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fonte immagine: www.corrieredelmezzogiorno.corriere.it

Sergio Costa, a capo dei Carabinieri forestali della Campania, esclude l’ipotesi di un interesse legato alla pastorizia, assente o quasi sul Vesuvio e pone invece l’accento sulle attività dell’ultimo anno volte all’acquisizione degli immobili abusivi e alla prospettiva di demolirli a seguito dell’attività del Parco Nazionale contro l’abusivismo edilizio e a tutela del Patrimonio Paesaggistico Nazionale.

Galletti, Ministro dell’Ambiente, dice giustamente che “Napoli non merita questo”.

Aggiungerei che non lo merita neanche Roma che da settimane è circondata da incendi di diversa natura, non ultimo quello della Pineta di Castel Fusano più volte andata a fuoco nell’arco di pochi giorni.

Estenderei a tutta la nostra penisola il pensiero. Non possiamo più sostenere una pressione antropica per interessi economici di pochi “eletti” di questo tipo. E’ la nostra terra che non ce la fa più.

Quale diabolica dicotomia è quella del promuovere Napoli come sede dei giochi olimpici 2028 in una visione di progetto unitario di crescita “per lo sport, il mediterraneo, la fratellanza, la pace e con mani pulite” (De Magistris) e le azioni fuorilegge con conseguenze a catena drammatiche?

La montagna senza più la rete strutturale sotterranea delle radici è in poco tempo pericolosa e instabile alla sollecitazione delle acque meteoriche intense. Tutta la cinta vesuviana si trova oggi in uno stato di fragilità estrema; una qualsiasi precipitazione potente (flash flood), molto frequente negli ultimi anni, porta ad una situazione di criticità di tenuta del terreno con conseguenti smottamenti e frane. Il ricordo del disastro di Sarno è ancora nella memoria e visibile nel paesaggio.

Occorrono dunque interventi immediati, terrazzamenti, spazi di libertà per lo scorrimento delle acque, polle di esondazione e tratte di rallentamento di eventuali colate di fango: in sintesi un lavoro sulla riduzione del rischio idrogeologico.

Cosa occorre per contrastare questa situazione?

Come possiamo sollecitare azioni al di là delle parole?

Lasciando agli psicologi la disquisizione sulla applicazione o meno del termine “piromane”, usato impropriamente dai media, risulta tuttavia piuttosto evidente il disegno coordinato e organizzato che identifica azioni criminali per trarre profitti e vantaggi personali.

Se siamo tutti altro rispetto a qualcosa, se questo mondo è globale ma individualista, se predomina la politica e la crescita dello scarto, inteso come distanza tra il ricco e il povero, il colto e l’ignorante, il vecchio e il giovane, il malato e il sano e così via, dobbiamo constatare una contraddizione insita in questa iperconnessione globale parallela alla separazione del quotidiano, prendere atto della crisi delle relazioni sociali, che nella comune percezione riguardano sempre l’altro, chiunque al di là di me, e trovare consapevolezza della necessità di sentirsi riconosciuti per potere riconoscere. Inclusione e integrazione, anche del problema.

Non è più possibile restare sulla natura ipotetica del perché degli eventi ed è necessario riconoscere come occorra una presa in carico collettiva parallelamente ad azioni e politiche congiunte, perché di questo si tratta, affinché lo scempio sul paesaggio cessi e questo smetta di essere considerato merce di scambio per interessi altri rispetto alla volontà di una parte del paese dedita alla rigenerazione che passa per azioni sostenibili e condivise sul nostro paesaggio.

E qui entra il tema del valore del tempo.

Come sosteneva Alcide De Gasperi, “ i progetti si attuano attraverso pensiero e pazienza”, due strumenti semplici in grado di fare diventare la politica attiva. Non possiamo tuttavia fare a meno di evidenziare come il secondo elemento, in verità, sia così poco presente nel vivere contemporaneo e di come il nostro andar veloce sia in contraddizione con la necessità delle risposte all’attivazione di processi progettuali condivisi.

In questo modo si perde di vista il lento lavoro della natura per recuperare equilibri che sono compromessi in un battito d’ali, in relazione ai tempi delle nostre vite e che gettano le basi per un cambiamento che certamente avverrà, perché il nostro ecosistema è antifragile per definizione e trova nuove vie oltre la resilienza, ma a costi altissimi, anche in vite umane, e questo per gli interessi di pochi.

Chi, come AIAPP/IFLA Eu lavora “dalla parte del Paesaggio” con dedizione e competenze specifiche e diversificate, può entrare più facilmente nelle dinamiche del territorio utilizzando il paesaggio come strumento di rigenerazione e sviluppo economico; chi si pone all’interno delle dinamiche come elemento enzimatico, come attivatore di processi, non può non essere voce del coro.

E il coro dovrà essere più ampio ed esteso possibile per essere efficace, ecco perché dobbiamo pensare e agire “in orizzontale”.

 


fonte immagine di copertina: http://img2.tgcom24.mediaset.it/binary/fotogallery/ansa/64.$plit/C_2_fotogallery_3080678_5_image.jpg

Commenti

  1. il peggior attentato al paesaggio non è tanto il fuoco quanto l’abbandono della cultura agricola e forestale da parte della maggioranza della popolazione (che quindi non si rende nemmeno conto del danno) . Come scrive Antonella Melone “Mancano progetti e piani di intervento di difesa dalle fiamme”. A mio avviso ciò che manca è ben più che un “progetto”. Quasi sempre il problema deriva anche dall’abbandono della “normale” coltivazione agricola e della “normale” gestione forestale, che dovrebbero essere maggiormente sostenute dalla collettività (sia attraverso il consumo consapevole dei prodotti agricoli e forestali “locali” da parte di ognuno di noi, sia attraverso il sostegno diretto da parte dell’ente pubblico). Il sostegno al settore agro-forestale non si fa assumendo “forestali” in gran numero (come ad es. fa la regione Sicilia) ma attraverso politiche attive. Tra cui quelle che disincentivano (non solo a parole) l’interesse economico alla trasformazione d’uso dei suoli e quelle che disincentivano il sistema delle discariche a favore del recupero e del riciclaggio (temi cui giustamente accenna Antonella Melone; ed è assurdo che in buona parte del Paese la raccolta differenziata sia ancora assente). Aggiungo una seria politica di Protezione Civile e di Servizio Civile Volontario che attui davvero la prevenzione del dissesto, con il sistema più economico: contrastare l’abbandono delle coltivazioni e dei boschi nelle aree svantaggiate……

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